Prima che si perdano

Mestieri perduti di Romagna

Scariolanti, pinaroli, canapini, lavandaie, barrocciai, zolfatari, stampatori, marinai, salinari, fabbri. I lavori che hanno fatto la Romagna e che in pochi decenni sono quasi spariti. Per ognuno raccontiamo com'era, dove se ne vedono ancora le tracce e da dove vengono le notizie.

Foto: le barche storiche nel porto canale di Cesenatico, Terragio67, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

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Gli scariolanti

Le paludi del Ravennate

Carriola, badile e piedi nel fango. Gli scariolanti erano i braccianti che a forza di braccia scavavano canali, alzavano argini e prosciugavano le paludi della bassa romagnola. Lavoravano a giornata, chiamati di settimana in settimana, con la malaria sempre dietro l'angolo.

Nel 1883 a Ravenna nacque l'Associazione Generale degli Operai Braccianti, una delle prime cooperative di lavoro d'Italia. Il 24 novembre 1884 alcune centinaia di loro partirono in treno dalla stazione di Ravenna, guidati da Nullo Baldini e Armando Armuzzi, per bonificare le paludi di Ostia, alle porte di Roma. Ostia li ricorda ancora oggi con il Parco XXV Novembre 1884 e una cerimonia ogni anno.

Di loro è rimasto un canto popolare, «Gli scariolanti», nato nelle bonifiche della Romagna.

Dove vederlo oggi. Le valli e i canali di bonifica tra Ravenna e Alfonsine, e il Parco XXV Novembre 1884 a Ostia.
Fonte 1: L'Espresso Fonte 2: Turismo Roma Fonte 3: Il Deposito
Il bassorilievo degli scariolanti romagnoli nel borgo di Ostia Antica
Il bassorilievo degli scariolanti romagnoli nel borgo di Ostia Antica · Foto Lalupa, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons
02

I pinaroli

Le pinete di Ravenna

Le pinete di Ravenna, per secoli, sono state delle abbazie. Nel Cinquecento e nel Seicento la gente poteva solo portarci le bestie al pascolo e raccogliere la legna: le pigne e i pinoli erano dei monaci. Nel 1588 papa Sisto V chiamò la pineta «ornamento di tutta Italia» e ne vietò il taglio. Nel 1774 lo storico Francesco Ginanni scriveva che ne uscivano circa 600 quintali di pinoli all'anno, venduti come «pinocchi di Ravenna».

A raccoglierli erano i pinaroli, squadre di giovani, a volte anche ragazze, al lavoro dall'autunno alla primavera. Alcuni salivano in cima ai pini con lunghi bastoni con un uncino di ferro: piegavano i rami, facevano cadere le pigne e passavano da un albero all'altro dondolandosi. Gli altri le raccoglievano a terra e le portavano con sacchi e carretti alle Case delle Aie, dove le ammucchiavano finché si aprivano e lasciavano uscire i pinoli. Lì i pinaroli dormivano anche. Era un lavoro faticoso e pericoloso, durato fino ai primi del Novecento.

Ravenna ha dedicato loro una rotonda, ma in pochi sanno chi fossero.

Dove vederlo oggi. La Pineta di Classe, 900 ettari a libero accesso tra Classe, Fosso Ghiaia e Savio: lungo un sentiero dal Parco I Maggio di Fosso Ghiaia c'è la settecentesca Casa delle Aie, il vecchio dormitorio dei pinaroli.
Fonte 16: Il Romagnolo Fonte 17: Comune di Ravenna
I pini e le acque della Pineta di Classe, Ravenna
I pini e le acque della Pineta di Classe, Ravenna · Foto Coyote III, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
03

I canapini

Le campagne della bassa

Fino agli anni Cinquanta del Novecento la canapa era il cuore dell'economia contadina dell'Emilia-Romagna: dava lavoro a famiglie intere e disegnava il paesaggio. L'Italia, per la canapa, era seconda al mondo solo alla Russia.

Si seminava tra febbraio e marzo e si tagliava d'estate, tra luglio e agosto. Poi i fasci finivano nel macero, la vasca d'acqua che quasi ogni podere aveva vicino a casa: li si teneva sott'acqua con grosse pietre di fiume finché la fibra si staccava dal legno. Era il lavoro più duro e puzzolente dell'anno. Dalla fibra venivano le corde, i sacchi e le tele dei corredi.

Con le fibre sintetiche la canapa sparì in pochi anni. Restano i maceri, oggi stagni pieni di rane e di aironi, e i telai nelle soffitte delle case di campagna.

Dove vederlo oggi. I vecchi maceri nelle campagne tra Lugo, Bagnacavallo e Massa Lombarda, e gli attrezzi della canapa nei musei della civiltà contadina.
Fonte 4: Geotema n. 35-36 Fonte 5: Regione Emilia-Romagna
Guercino, l'estrazione della canapa dal macero, 1615-1617
Guercino, l'estrazione della canapa dal macero, 1615-1617 · Foto Guercino, pubblico dominio, Wikimedia Commons
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Le lavandaie

Lugo

Prima della lavatrice il bucato delle famiglie benestanti lo facevano le lavandaie. A Lugo si cominciava nei cortili delle case del centro: l'acqua si scaldava in un paiolo sulla «furnasela», la fornacella, e ci si aggiungeva il ranno, l'acqua passata sulla cenere che scioglieva lo sporco.

Poi la biancheria partiva su carretti e carriole verso il Canale dei Mulini, il canale scavato a partire dal 1389. Lì c'è il Ponte delle Lavandaie, il «pont da bugadéri», del Seicento: dai suoi gradoni, che scendono fino all'acqua, le donne risciacquavano i panni e li stendevano ad asciugare sulle rive. Si è lavato così fino agli anni Cinquanta; negli anni Sessanta arrivarono le lavatrici e il mestiere finì.

Nel 2025 le lettrici ad alta voce della Biblioteca di Lugo hanno raccolto le voci delle ultime tre lavandaie, tutte novantenni, Giancarla Salvadori, Laura Ricci in Fontanieri e Giuseppina Tugnoli, nel libretto «Il Ponte delle lavandaie di Lugo, ossia il mestiere del bucato».

Dove vederlo oggi. Il Ponte delle Lavandaie sul Canale dei Mulini, dove il canale passa sotto via Villa a Lugo: i gradoni verso l'acqua ci sono ancora.
Fonte 18: Romagna Notizie Fonte 19: FAI
Il Canale dei Mulini visto dal Ponte delle Lavandaie, Lugo
Il Canale dei Mulini visto dal Ponte delle Lavandaie, Lugo · Foto Carla Guerra, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
05

I barrocciai

Brisighella e il Sillaro

Prima dei camion quasi tutto viaggiava sul biroccio: due ruote di legno alte fino a un metro e settanta, due stanghe e un cavallo, che tirava dai nove ai tredici quintali. I barrocciai, o birocciai, partivano all'alba e tornavano a sera tardi. Di solito avevano due cavalli, ognuno con il suo nome, e li curavano con grande attenzione.

Lungo il Sillaro, tra Imola e Castel San Pietro, caricavano la ghiaia e la sabbia del fiume, i mattoni e la calce delle fornaci, l'uva e il mosto per le osterie di Bologna, le barbabietole, la canapa, la legna e i traslochi. A Brisighella trasportavano il gesso dalle cave vicine al paese, e i loro asini dormivano al riparo nella Via degli Asini, la strada coperta e sopraelevata del centro.

Dopo la guerra la ricostruzione voleva mezzi più grandi e più veloci: i barrocciai giovani presero la patente del camion e diventarono autotrasportatori. Nel 1975 ne restavano pochissimi. L'ultimo del Sillaro, Marino Gnugnoli, ha guidato il suo biroccio fino ai primi anni Ottanta, a più di ottant'anni.

Dove vederlo oggi. La Via degli Asini nel centro storico di Brisighella: si percorre a piedi, sotto le travi di legno e lungo gli archi che guardano sul paese.
Fonte 20: Terra Storia Memoria Fonte 21: Italia.it
La Via degli Asini, Brisighella
La Via degli Asini, Brisighella · Foto Vanni Lazzari, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
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Gli zolfatari

Perticara, Valmarecchia

Sotto le case di Perticara c'è una città nascosta: più di cento chilometri di gallerie su nove livelli. Era la miniera di zolfo, una delle più grandi d'Europa. Nel 1938 ci lavoravano più di 1.600 persone e ne uscivano quasi 50.000 tonnellate di zolfo greggio all'anno.

Gli zolfatari scendevano ogni giorno nel caldo e nella polvere, con le lampade in mano. Lo zolfo estero costava meno e i filoni si esaurivano: la miniera chiuse nel 1964, le gallerie vennero sigillate e molte famiglie dovettero partire.

Dal 2002 il vecchio cantiere è il museo Sulphur: la centrale elettrica, la lampisteria dove i minatori prendevano le lampade, le officine e una galleria ricostruita. Sopra il paese c'è ancora il pozzo Vittoria.

Dove vederlo oggi. Il museo Sulphur a Perticara (Novafeltria): sabato, domenica e festivi da aprile a novembre, gli altri giorni su prenotazione.
Fonte 6: Sulphur
La facciata del Museo Sulphur, Perticara
La facciata del Museo Sulphur, Perticara · Foto Crystals84, pubblico dominio, Wikimedia Commons
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Gli stampatori di tele

Santarcangelo e Gambettola

Le tovaglie, le tende, le coperte dei buoi: nelle case contadine le tele si decoravano con gli stampi di legno di pero intagliati a mano, intinti in un colore color ruggine e battuti sulla stoffa con il mazzuolo. Grappoli d'uva, galli, melograni, la caveja. Un mestiere del Seicento, che oggi resiste in pochissime botteghe.

A Santarcangelo la Stamperia Marchi conserva il mangano, una macchina di legno enorme con una grande ruota che pressa, stende e liscia le stoffe prima della stampa: secondo i documenti entrò in funzione il 17 marzo 1633 e gira ancora. Oggi la bottega la portano avanti i fratelli Gabriele e Lara Marchi.

A Gambettola le stamperie sono due. La Pascucci stampa dal 1826, sette generazioni nella stessa bottega: quest'anno compie duecento anni. La Bertozzi nacque nel 1920: Luigi Bertozzi era un falegname che intagliava da sé gli stampi e cominciò con le tele per i corredi delle spose; negli anni Trenta portò le stampe romagnole alla Triennale di Milano. Oggi c'è il nipote, Gianluigi.

Dove vederlo oggi. La Stamperia Marchi a Santarcangelo, le stamperie Pascucci e Bertozzi a Gambettola: sono botteghe vere, controlla quando sono aperte.
Fonte 7: La Piazza Rimini Fonte 8: Artribune Fonte 9: Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte
Il mangano del Seicento della Stamperia Marchi, Santarcangelo di Romagna, 1971
Il mangano del Seicento della Stamperia Marchi, Santarcangelo di Romagna, 1971 · Foto Paolo Monti, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
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I marinai delle vele al terzo

Cesenatico

Dal Settecento fino a metà Novecento le barche da pesca e da piccolo carico dell'Adriatico navigavano con la vela al terzo, una vela a trapezio issata di traverso sull'albero. Le vele erano colorate di rosso, di giallo e d'arancio e portavano disegnato il simbolo della famiglia: da terra si capiva subito chi stava rientrando.

Con il motore le vele sparirono. Le ha salvate il Museo della Marineria di Cesenatico, che nel tratto più antico del porto canale, quello disegnato da Leonardo da Vinci nel 1502, tiene a galla le barche storiche e d'estate alza le loro vele.

Nel 2023 il Ministero della Cultura ha riconosciuto come patrimonio culturale la navigazione con la vela al terzo della costa romagnola, insieme a tre barche del museo (il trabaccolo Barchèt, il bragozzo San Nicolò e la battana Vanessa) e agli occhi di prua, gli occhi dipinti sulla prua che proteggevano i pescatori.

Dove vederlo oggi. Il Museo della Marineria di Cesenatico, sezione galleggiante e sezione a terra: le vele sono alzate da Pasqua all'autunno.
Fonte 10: Ministero della Cultura Fonte 11: Visit Cesenatico
Le barche storiche con le vele al terzo nel porto canale di Cesenatico
Le barche storiche con le vele al terzo nel porto canale di Cesenatico · Foto Terragio67, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
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I salinari

Cervia

Cervia è nata dal sale. Prima del 1959 la salina era divisa in circa centocinquanta piccole saline, ognuna lavorata da una famiglia: d'estate si raccoglieva il sale a mano, con gli attrezzi di legno, e lo si portava nei grandi magazzini sul porto canale.

Poi la salina divenne un unico grande impianto e i salinari scomparvero. Ne è rimasta una sola come allora, la Salina Camillone. Dal 1989 la curano i volontari dell'associazione Civiltà Salinara, nata da ex salinari, che raccolgono il sale con il metodo detto «alla cervese» perché in Italia si usava solo qui.

Ne esce il «sale dolce», un sale integrale povero dei sali amari, oggi Presidio Slow Food.

Dove vederlo oggi. La Salina Camillone e MUSA, il Museo del Sale nel Magazzino Torre del 1691, a Cervia: da metà giugno a metà settembre si vedono i salinari al lavoro.
Fonte 12: Comune di Cervia Fonte 13: Fondazione Slow Food
La Salina di Cervia
La Salina di Cervia · Foto Franca Cecchinato56, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
10

I fabbri della caveja

Tutta la Romagna

La caveja era il perno di ferro che teneva il giogo dei buoi attaccato al timone del carro: in discesa impediva al carro di scivolare addosso alle bestie. In cima i fabbri la forgiavano sull'incudine come un piccolo capolavoro, la «pagella», con galli, colombe, croci, il sole e la luna, e ci appendevano degli anelli che suonavano a ogni passo.

Quel suono aveva poteri: con la caveja e certe parole si scacciavano i temporali e si difendevano i raccolti. Nella Settimana Santa gli anelli si legavano, come si faceva con le campane.

I buoi e i carri non ci sono più, la caveja è rimasta: è diventata un portafortuna e il simbolo della Romagna.

Dove vederlo oggi. Le caveje antiche nei musei etnografici della Romagna e, come simbolo, un po' dappertutto: nelle insegne, nelle feste, nello stemma del Forlì calcio.
Fonte 14: Wikipedia Fonte 15: Regione Emilia-Romagna
Un carro agricolo romagnolo con la caveja
Un carro agricolo romagnolo con la caveja · Foto Sentruper, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
Andarli a vedere

Un viaggio nei mestieri perduti

Quattro di questi mestieri si incontrano in una sola giornata: la miniera di Perticara, la stamperia di Santarcangelo, le vele di Cesenatico e il sale di Cervia. Su Romagna Tourism trovi il programma con gli orari da dove dormi.

Da dove viene ogni notizia

Le fonti

  1. L'Espresso, «L'epopea dei romagnoli, i braccianti socialisti che bonificarono Ostia antica», 24 ottobre 2022 · consulta
  2. Turismo Roma, «Parco XXV Novembre 1884», Ostia · consulta
  3. Il Deposito, «Gli scariolanti», scheda del canto popolare · consulta
  4. Geotema n. 35-36, Associazione dei Geografi Italiani, saggio di Pistocchi sulla canapa in Emilia-Romagna · consulta
  5. Regione Emilia-Romagna, catalogo del patrimonio culturale, schede degli attrezzi della canapa · consulta
  6. Sulphur, Museo Storico Minerario di Perticara · consulta
  7. La Piazza Rimini, «Il mangano dell'antica stamperia Marchi compie 390 anni», 2023 · consulta
  8. Artribune, «Artigianato resistente. Storia dei tessuti stampati a ruggine di Romagna e i 200 anni della Stamperia Pascucci» · consulta
  9. Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, intervista a Gianluigi Bertozzi · consulta
  10. Ministero della Cultura, la navigazione con la vela al terzo riconosciuta patrimonio culturale, 2023 · consulta
  11. Visit Cesenatico, i musei di Cesenatico: il Museo della Marineria · consulta
  12. Comune di Cervia, «Salina Camillone», MUSA Museo del Sale · consulta
  13. Fondazione Slow Food, Presidio del sale marino artigianale di Cervia · consulta
  14. Wikipedia, «Caveja» · consulta
  15. Regione Emilia-Romagna, catalogo del patrimonio culturale, scheda di una caveja · consulta
  16. Il Romagnolo, Silvia Togni, «I pinaroli del ravennate», 25 novembre 2022 · consulta
  17. Comune di Ravenna, «Pineta di Classe» · consulta
  18. Romagna Notizie, «Pubblicata una raccolta con le testimonianze delle ultime lavandaie di Lugo», 13 gennaio 2025 · consulta
  19. FAI, I Luoghi del Cuore, «Ponte delle Lavandaie, Canale dei Mulini», Lugo · consulta
  20. Terra Storia Memoria, «I birocciai», Castel San Pietro Terme · consulta
  21. Italia.it, sito ufficiale del turismo italiano, «Brisighella» · consulta

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